La finestra sopra la T

C’è un bel viavai qua sotto, da quando hanno messo quell’aggeggio in strada. La gente che viene e se ne va, anche a notte fonda.
Non mi danno fastidio. Mi piace farmi un’idea della gente da quassù, immaginare le loro vite, i loro vestiti, le loro storie. Solo ascoltandoli. Lasciare che qualcosa di loro filtri su tra le stecche delle mie persiane, al primo piano, mescolandosi ai pensieri, ai ricordi.
Così ascolto i passi, il vociare; le monete inserite nella feritoia, le banconote usurate che non ne vogliono sapere di entrare, il tonfo del pacchetto di sigarette nel vano sottostante.
L’aggeggio in questione ha una voce metallico-femminile. Dice:
«Selezionare eventuale altro prodotto ritirare il resto, grazie e arrivederci.»
Quando soffri d’insonnia cominci a passare in rassegna tutta la tua vita: ti chiedi che cos’è che è andato storto.
Andavi all’Università, avevi una ragazza con le lentiggini sulle tette, e un’infanzia felice alle spalle. Zucchero filato, e una foto con la scimmia sotto il tendone del circo. Ti chiedi quand’è che hai smesso di sognare.
Con l’insonnia pensi anche che nell’estate del ’74 avevi dodici anni, ed eri al campeggio con tua madre. Lei nella roulotte a farsi aria con un cruciverba, tu sul tavolinetto di fuori, a fare i solitari.
Momenti in cui un uomo decide cosa fare di se stesso.
Tra le altre cose quell’estate hai dato a Dio la sua ultima occasione. Se proprio ci teneva che credevi in lui doveva dartela vinta con quel solitario.
Le 3 e 20. Un tacco di donna mi ridesta da pensieri fatti di nulla. Il rumore di una borsetta che si apre nella notte, le monete nella feritoia, il pacchetto che cade, la voce metallico-femminile.
Silenzio.
Chissà se si sta chiedendo chi ci sia dietro questa finestra ancora accesa al primo piano.

 

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