Un dannatissimo Baricco

«Whisky per me. Doppio.»
Proprio così. Fammelo doppio.
Al McNellies potevi chiederlo sul serio, come nei film, senza vergogna.
Carlo e Giorgio avevano faticato parecchio per riuscire a trovare un locale come quello.
Non lo trovavi certo segnalato sulle Pagine Gialle il McNellies. Ci potevi arrivare solo dopo un saliscendi in periferia, fischiettando tra murales, panchine e sguardi nascosti dal buio.
Oddio, non è che ci dovevi proprio fischiettare, ma insomma, l’idea era quella, sembrare a proprio agio, della zona, mollando una battuta qua e là.
Camminare sciolti soprattutto, a viso alto.
Carlo e Giorgio comunque avevano imparato a farlo alla grande.
Lo strano era che tu uscivi di casa con il polpettone di tua moglie ancora sullo stomaco, e all’improvviso, sulla soglia del McNellies, ti ritrovavi in America. Pazzesco.
Individui stranissimi.
Centauri barbuti esibivano le loro panze come possenti muscolature, e tra il fumo azzurrino che si contorceva nell’aria potevi scorgere loro, gli angeli fatati, formose e accattivanti visioni della notte, ma con la voce da metalmeccanico il più delle volte.
In un locale come quello, probabilmente, i seccatori li picchiavano sul retro.
C’era da scommetterci.
A Carlo e a Giorgio piaceva portare i loro fogli in mezzo a quel sudiciume, e avere attorno tutta quell’America mentre si leggevano la loro roba.
Anche se a dirla tutta ultimamente scarseggiavano entrambi.
Mancanza di tempo, piattezza mentale, blocco dello scrittore.
Come lo chiami lo chiami.
Sta di fatto che da qualche mese non c’erano fogli, né racconti.
Solo parole che affogavano altre parole.
E al McNellies potevi tirare anche fino alle cinque di mattina con le parole e il Jack Daniel’s.
«Boh Carlo, forse è come hai detto tu una volta. La creatività è una scatola a tempo» disse a un tratto Giorgio.
«Una che?»
«Una scatola a tempo.»
«Sarebbe?»
«Si apre quando vuole e non sai mai cosa ci trovi. Una scatola a tempo.»
«Bella questa.»
Carlo cominciò a ridere immotivatamente.
«Ma sei sicuro che l’ho detta io ‘sta cosa?»
«Cazzo Carlo, un whisky e sei già in aria.»
Scorrevano calorose le risa al tavolo numero sette del McNellies. Specialmente quando Monica gli portò un altro giro, mostrando loro l’abbondante scollatura, nel servirgli i bicchieri.
«No dai, a parte gli scherzi” disse Carlo, cercando di ricomporsi. “Per quanto mi riguarda non è niente di tutto questo.»
«Cioè?»
«Non è il lavoro, né lo stress, né la scatola a tempo. C’è una ragione precisa per cui non sto scrivendo più. E te ne posso dire pure il nome se è per questo. L’ho trovato ieri su internet.»
Lo guardò in faccia. Conosceva bene quell’espressione. Quella sera era proprio in vena di sparare cazzate.
«Sentiamo, sono tutto orecchi» gli disse infine.
«Beh, trattasi di ragadi.»
«Come dici scusa?!»
Giorgio sperò per un attimo di aver capito male.
«Ragadi. Ragadi anali. Sono come delle lacerazioni, fissurazioni… insomma, sono due mesi che mi prude il culo. E provaci tu a scrivere in quelle condizioni! Giorgio, te lo assicuro, niente può tenerti occupate le mani e il cervello più di quella roba.»
«Cristo santo Carlo, stiamo mangiando pure le arachidi dalla stessa ciotola!»
Carlo ridendo ne sparò fuori pure una buona parte di quelle noccioline. Quasi ci si strozzava.
«No, tranquillo… Le mani le ho tenute a posto stasera, giuro. Mi sa che stavolta ho trovato la pomata giusta. Ma credimi, è stata una bella odissea.»
Poi entrò nei dettagli Carlo, per spiegare tutta la vicenda.
Tutto cominciò con un bidet caldo, un detergente intimo al mentolo e una vergogna marcia di andare dal dottore.
«Perché non ci scrivi un racconto su tutta questa trafila?» gli disse Giorgio una volta ascoltato tutto il resoconto.
Era una battuta, ma Carlo sembrò prendere l’ipotesi sul serio.
«Ma lo sai che non sarebbe niente male. L’ispirazione di un aspirante scrittore mangiata via dalle sue chiappe. Potrebbe essere un’idea! Anzi, senti questa: un racconto dove due aspiranti scrittori, due falliti, diciamocelo, si incontrano in un localaccio malfamato e si raccontano le storie che hanno intenzione di scrivere. Che dici? Niente male no? Più storie all’interno di una sola storia.»
«Tu hai talento amico mio, dico sul serio. Hai un gran talento.»
Giorgio cercò di essere il più convincente possibile mentre lo diceva.
«E tu?»
«Cosa.»
«Com’è che non stai scrivendo più nulla pure tu? Mancanza d’idee?»
«Non proprio. A dire il vero ho quasi la sensazione di scappare da una storia.»
«Come sarebbe a dire? Hai una storia per un racconto ma non vuoi scriverla?»
Giorgio fu stupito dall’intuito dell’amico.
«Sì, più o meno.»
«E perché mai? Che ha? Non ti piace, ti tocca sul personale,… cosa?»
«Sì. Un po’ di questo e un po’ di quello. Il problema è che non riesco a togliermela dalla testa. Ci provo pure a concentrarmi su qualcos’altro, ma lei torna. Lei ritorna sempre…»
Giorgio sembro rabbuiarsi in un istante.
«Gesù! Adesso mi hai incuriosito. Perché non me la racconti?»
«Non lo so Carlo. È una minchiata. Adesso magari ti aspetti chissà che. Poi non so se riesco a spiegartela bene.»
«No dai, tranquillo. Spara.»
Giorgio bagnò le labbra nel suo bicchiere, permettendo all’alcol di disinfettargli un po’ quei taglietti da vento. Poi si decise a cominciare.
«Insomma… c’è un ragazzino. Un ragazzetto di strada, mai conosciuto il padre, nemmeno per fotografia. Sapeva solo che molta gente in paese ce l’aveva con lui. Persino la madre quando aveva da sgridarlo gli diceva, sei tale e quale a tuo padre. E lo diceva con profonda delusione. Tale e quale a tuo padre. Se lo sentiva dire spesso. Una volta se lo sentì dire pure dal suo patrigno. E fu un vero peccato, perché il ragazzino aveva preso a volergli bene a quell’uomo… ma da allora non ne volle più sapere.»
«Ehi, niente male come inizio! Continua.»
Giorgio si mostrò una volta per tutte risoluto verso quell’ultimo goccio nel bicchiere. Rabbrividì prima di ricominciare a parlare.
«Allora…c’è questo ragazzino, e c’è un vecchietto. Un tizio che va a pescare al lago la mattina presto. Tipo taciturno, solcato dalle rughe. Insomma… questo ragazzino a un certo punto si troverà per le mani una vecchia canna da pesca e comincerà a imparare a montare galleggiante, ami e piombini; imparerà a preparare una buona mistura e a scegliere le esche e le zone migliori…»
«Un sorta di figura paterna questo vecchietto.»
«Sì, una specie. Solo che tra loro non ci sono confidenze, conforto o roba del genere. Solo pesca. Mi segui? Oddio! Ti sembrerà una tale fesseria…»
«Ma che scherzi? Per niente, dai su, non farti pregare. Continua.»
«Beh insomma… Poi il ragazzetto cresce e si fa uomo. Gli succedono un mucchio di cose: lascia il paese per farsi una nuova vita e avrà una relazione con due donne contemporaneamente, mettendo incinta una delle due, quella sbagliata. Così se ne scappa, non andandogli giù quella paternità improvvisa.»
Giorgio si accertò che il suo interlocutore lo stesse ancora seguendo prima di continuare.
«Così, in un giorno che veniva giù come Dio la mandava, tornò indietro al suo paese e ritrovò il suo vecchio.»
«Vuoi dire il suo vero padre?»
«No, no, niente di così eclatante. Voglio dire il vecchio pescatore. Se ne stava lì alle cinque del mattino con tutte le sue settantasette primavere, immerso nell’acqua fino alle ginocchia, a beccarsi tutta quella pioggia con la sua canna da pesca. La canna da pesca. Capisci?»
«…»
«Solo quella canna da pesca riusciva a non far passare quel vecchio a mollo nel lago come un povero pazzo. È come un’immagine che ho in testa questa qui del vecchio nell’acqua. Niente di più perfetto, capisci? Lui era esattamente al suo posto. Era come la pioggia, come un masso o un vecchio albero. Lui era esattamente dove doveva stare.
«Il ragazzetto, che ormai si era fatto uomo, vedendo il vecchio là in mezzo , capì tutto, ebbe come un’illuminazione. Gli si avvicinò. Il vecchio gli dedicò solo una semplice occhiata, poi si misero a guardare insieme il galleggiante andare su e giù, e ad ascoltare il rumore della pioggia. Così, semplicemente, senza dirsi nulla.»
Giorgio, una volta terminato il racconto, sembrò cadere in uno stato di estasi. Socchiuse gli occhi, come nel tentativo di trattenere qualcosa dentro di sé.
Carlo invece era visibilmente imbarazzato.
«Beh, che dire? Non sembra per niente una tua storia. È la prima volta che ti sento così lirico. Boh, non so…»
«Capisco cosa vuoi dire.» Giorgio cercò di venire in soccorso all’amico.
«È per questo che non la voglio scrivere questa storia. Non è roba che fa per me, non riuscirei mai a scrivere una cosa così, tra filosofia e poesia, dove non succede praticamente nulla. Ci vorrebbe un dannatissimo Baricco qui per tirare fuori qualcosa di buono da questa roba. Te lo dico io. Niente di meno che un dannatissimo Baricco per rendere plausibili personaggi come questi e far capire che c’è qualcosa di assurdo nella pioggia che cade nell’acqua e nei cerchiolini che fa rimbalzando sul lago. Io scribacchio roba un po’ più grezza. Non ne sarei mai capace. Devo scordarmela questa storia. Al più presto.»
«Ma sì Giorgio. Tu hai altre caratteristiche. I tuoi racconti sono pugni nello stomaco. È su quello che devi puntare. Potresti provare a rendere un po’ più tua questa storia. Che so? Prova a metterci una delle tue bambole gonfiabili nell’armadio del vecchio e a farci giocare un po’ il ragazzo… Dai su, non ti demoralizzare.»
«Forse hai ragione. È solo che questa storia non se ne va, non se ne va… Lei torna sempre. Non so perché. È quell’immagine. Il vecchio e il ragazzetto ormai uomo sotto l’acqua. C’è qualcosa qui, capisci?»
Il tono di voce cambiò rabbiosamente.
«Lo capisci???»
Il McNellies sembrò fermarsi per un attimo.
«Cristo Giorgio che hai? che ti prende?»
«Scusa, scusa, scusa… forse ho bevuto un po’ troppo. Scusami amico mio. Scusa.»
“Ok, dai su, andiamocene.”
Carlo cercò di non prendersela e aiutò l’amico a rialzarsi dalla seggia. Poi si avviarono a braccetto tra i murales, verso casa.
Subito dopo il McNellies spense le luci. Un nuovo giorno stava per cominciare.

 

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