Adriano sta crescendo

Tornava a casa dal lavoro la sera, Adriano, e la trovava lì come l’aveva lasciata, sul divano accanto alla finestra, arrotolata assieme alla sua coperta. Si avvicinava, le controllava il respiro e le accarezzava i capelli. Lei non sempre sembrava riconoscerlo. Allora se la prendeva in braccio, la sua bambina. A volte si lasciava fare, altre volte gli tirava dei pugni sul petto, come estremo gesto di ribellione. Adriano ormai ci aveva fatto l’abitudine. Una volta in bagno cominciava a spogliarla per poi passarle quella spugna saponata dappertutto. Mugugnava sua madre, aveva occhi umiliati che non smettevano di fissarlo. Quel corpo nudo e insaponato era l’unico corpo femminile che avesse mai conosciuto. Il corpo nudo di sua madre.
Quella mattina d’autunno avrebbe anche potuto non dirle niente. In fondo per loro non sarebbe cambiato nulla, ma non aveva intenzione di cominciare in vecchiaia a nasconderle le cose. Così, di punto in bianco, quella mattina Adriano se ne venne con queste parole:
«Mamma, oggi mi sposo.»
La signora Lucia strappò a fatica i suoi occhi cisposi da quel sonno infinito.
«Come?» disse infine, una volta messo a fuoco il figlio.
«Sì mamma, mi sposo, questa mattina, in comune.»
«Questa sì che è bella!»
Erano anni che non la sentiva ridere così. Adriano fu stupito di tanta vivacità.
«E con chi ti sposeresti?»
«Si chiama Aalina, ha ventiquattro anni. Vedi mamma è una roba un po’ strana…»
«O signore! Aalina? Ma che razza di nome è?»
«Aalina mamma, non è italiana, ma vedi…»
La signora Lucia, per tirare su le sue quattro ossa, radunò tutta la forza di cui disponeva. Ad Adriano sembrò che tutto quel riposo le fosse servito solo in vista di quel momento.
«Vieni, ho qualcosa per te» gli disse.
Adriano seguì il suo esile corpo gobbuto per tutto il corridoio. Il suo braccio rinsecchito le faceva da tremante appoggio per la mobilia della casa. Giunsero ad un armadio.
«Dovrebbe andarti bene questo.» Era visibilmente commossa.
Così, a sessantatré anni, nel giorno del suo matrimonio, Adriano si lasciò vestire dalla madre come un bravo ometto, con tanto di fiocco e camicia ricamata a mano. Fu bellissimo vederla di nuovo così. Viva la faccia! Sarebbe stato quello il suo abito, al diavolo quello comprato l’altro giorno.
Le sue dita secche continuarono a frugare in quei cassetti di ricordi. Ricomparve pure, assieme alle sue vecchie pagelle scolastiche, una vecchia foto del padre, in bianco e nero. Era vestito da militare e aveva uno sguardo da sciupafemmine. All’improvviso uno scrignetto.
«Questo invece è per la tua sposa. Me lo diede tuo padre quando chiese la mia mano. Prendilo, lui ne sarebbe orgoglioso.»
Adriano guardò ancora una volta quella foto, si sentì in colpa. Avrebbe dovuto dirle:
«No mamma, forse non è il caso, vedi, è tutta colpa del Puccio. Aalina è la donna del Puccio, se l’è portata a casa dall’ucraina e lavora con lui nella sua trattoria. È che il Puccio si è appena separato, così mi hanno chiesto questo favore, sai, per la cittadinanza. Per noi non cambia niente, io dopo la cerimonia torno qui con te».
Adriano non ebbe il coraggio di farlo. Prese l’anello e se lo infilò in tasca.
«Grazie mamma, ora devo andare però.»
Aiutò la madre a coricarsi sul divano e si avviò verso la porta.
Poi come sempre:
«Fai giudizio, eh Adriano».
«Sì mamma, non ti preoccupare.»
Si incamminò verso il comune, percorrendo tutto il viale alberato, con quel segreto nel taschino. Tra qualche ora sarebbe stato di ritorno. Le croccanti foglie sotto le sue scarpe da cerimonia gli ricordarono il suo primo giorno di scuola.

 

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2 Risposte a “Adriano sta crescendo”

  1. Irene Mauriello dice: Rispondi

    Taxi … ti ho lasciato bravo, ti ritrovo maestro. Grazie. Jean.

  2. In realtà è un altro dei miei vecchi racconti. Se sono migliorato o peggiorato lo vedrò poi… dalle reazioni di quelli che avranno voglia di leggere il mio romanzo, quando uscirà.
    Ho fatto una fatica incredibile a scriverne uno, ma forse adesso ci ho preso la mano.
    Grazie mille per essere venuta a trovarmi qui. Sei sempre stata una di quelle che ho ammirato di più, in quegli anni di scrittura collettiva.

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