Io e il mio amico Uan

Jeans. Tanto jeans in quegli anni. Almeno questo è il ricordo che potevo averne da bambino. E spille, di tutti i tipi, trafiggevano giubbotti e cartelle. E poi c’era mia madre che non si capacitava su come dei pantaloni rotti potessero costare il triplo di quelli normali. Davanti al Burghy, sotto i portici, ragazzi con le Timberland e i capelli appuntiti acquistavano trentatré giri e musicassette.
Io e Samu eravamo alti poco più di un metro negli anni ’80 e indossavamo per la scuola un grembiule nero con la cerniera rossa, il più delle volte snariciato sulla manica. Nove giorni di differenza tra noi due. Allattati dalla televisione, ce ne stavamo beati nella nostra ovattata percezione del mondo. Ma in fondo le cose cominciavamo a capirle anche noi, specie osservando le siringhe infilzate sugli alberi del giardinetto pubblico, e immaginandoci le persone sieropositive circondate da quell’aura viola.
Le mattine avevano il sapore di saccottini e girelle inzuppati nel nesquik. Me le portavo in giro le sorprese contenute in quelle confezioni.
In quella scuola fatta di pigne secche da raccogliere e decorare, si parlava spesso dei cartoni animati visti il giorno prima. Ci stavano tirando grandi quei personaggi.
Spesso facevamo anche il doposcuola, io e Samu, presentando alle maestre il buono pasto del comune. Figli di operai noi. Mangiavamo alla mensa e avanzavamo sempre la verdura bollita data per contorno. Poi, finiti i compiti, ce ne andavamo in piazza a giocare a pallone, prestando orecchio ai rintocchi del campanile. Quando ne contavamo sei e mezzo dovevamo inforcare le biciclette e filarcene a casa ad assaporare già dagli ascensori l’odore del sugo.
Fu comunque in un pomeriggio al doposcuola, seduti sui gradini, che Samu mi fece la grande rivelazione. Ma prima ho dovuto giurare. Cominciò a zompettare in modo strano e a tirare fuori una strana vocina:
«Pìolo, Pìolo» mi diceva bussando alla mia spalla.
«Che stai facendo Samu?»
«Ma come? Non mi riconosci?»
«…»
«Aspetta… la caciotta fetecchia che piace anche alla vecchia e non finisce nella secchia.»
«Eh eh, lo fai proprio bene!»
«Non è che lo faccio bene, sono proprio io, Uan!»
Lo guardai interdetto per qualche secondo. Aveva gli stessi suoi occhi, azzurri e sinceri. Mi spiegò quella storia delle puntate registrate alla sera e che con quei soldi ci si poteva comprare un mucchio di cose.
«Però non lo posso fare per sempre questo lavoro, prima o poi sarò troppo cresciuto per farlo…»
Venne a prenderlo una sua zia quel pomeriggio e io tornando a casa mi sentii leggero come una piuma, il bambino più fortunato del mondo.

Mio padre a quei tempi lo vedevo solo il sabato. Io e mia sorella minore passavamo a casa sua, e lui ci faceva trovare i krapfen e diecimila lire a testa sul tavolo della cucina. L’ho sempre osservato con ammirazione, nel suo cappotto lungo col pettinino sempre a portata di tasca. Stesso mio bel nasone, e stessi silenzi. Se ne era scappato dalla Sicilia, il lavoro sui campi non lo sopportava proprio. Comunque a furia di cantieri, osterie e bocciodromi aveva appreso alla perfezione il dialetto lombardo.
Avere un padre anziano non mi sembrava così strano. Lentamente mi svelò molto del suo patrimonio di conoscenze. Mi insegnò per esempio a raccogliere le castagne matte, quelle senza codino e non commestibili, e a infilarmele nelle tasche, per non prendermi il raffreddore d’inverno. E poi in adolescenza mi disse: «Se non vuoi perdere i capelli non devi mai farti accarezzare la testa da una donna con le sue cose».
Bisognerebbe sempre ascoltarli i consigli paterni.
A partire dal 1990 Uan scomparve da Bim Bum Bam, affiancato e poi sostituito da tal Ambrogio. Nessun bambino occupò più quel vecchio pupazzo rosa, che già mi immaginavo a terra, sgonfio e privo di vita, all’interno di qualche sgabuzzino delle sale fininvest, con le cespugliose sopraciglia viola a raccogliere la polvere.
Samuele a quei tempi aspirava già marlboro rosse con avidità, all’esterno del baretto dove lavorava nel pomeriggio, pagando qualche debito lasciato in giro dal padre. La sera lo vedevi poi scoppiettante sopra un motorino truccato e con le mani sporche di grasso.
Io di motorini manco a parlarne.
«Porca puttana, mollalo l’acceleratore quando freni» mi diceva, quando mi portava nel parcheggio del Gs per fare delle prove.
Natale 1998. Uan fece l’ultima sua apparizione televisiva su Canale 5 come ospite a Paperissima. Poi più niente.
A pupazzo sgonfio, a terra da qualche parte, ho visto Samuele crescere e farsi uomo, comprare la sua prima auto con i soldi del lavoro e affrontare un’enormità di cose, riuscendo anche a staccare suo padre dalla bottiglia.
Con quel pupazzo a terra la vita cominciò invece a farsi troppo reale per me.
Mio padre l’ho visto marcire piano piano. Quelle ulcere alle gambe se lo stavano mangiando. Appena entravi in casa non sentivi più l’odore dei krapfen, ma quello delle sue gambe che se ne stavano andando. Quell’odore che avevo già sentito al ristorante dove lavoravo, quando ci eravamo scordati di riattaccare la spina al congelatore della carne.
Ho sempre ammirato la sua dignità nel portarsi addosso quel puzzo, a stento tamponato da periodiche medicazioni all’ospedale, e la forza di sostenere quel dolore che non lascia dormire.
A pupazzo sgonfio non c’è magia. Così fu quasi un sollievo assistere al suo ultimo respiro, mentre i suoi occhi piccoli e quasi verdi si disanimavano, pur restando aperti. Non ci fu modo di richiuderglieli. Gli infermieri ci misero sopra pure una specie di pomata sulle palpebre, niente da fare. Ancora mi guardava mentre lo chiodavano dentro. Nella sua casa vuota ci tornai ancora una volta, trovando due krapfen ormai andati a male, e venti euro sul tavolo della cucina.
In quello stesso periodo andai avanti per un po’ a frequentare l’ospedale, per via di certi controlli che dovevo fare e del mio amore disperatissimo per Muriel. Ché se ci facevo ancora qualcosa assieme mia madre mi aveva già detto che se ne sarebbe tornata a Napoli perché non voleva vedermi rovinare la vita in quella maniera.
A Samuele l’ho raccontato tutto quel peccato. Come e in che modo l’accarezzavo quando venne fuori che era risultata positiva all’hiv. Certo che la vita è proprio ingiusta, a pupazzo sgonfio.
«Cos’altro potevi fare?» mi diceva Samuele.
«Non lo so, non certo lasciarla così.» Piangevo senza vergogna.
Era l’idea di non poter essere padre che mi fece fare quella scelta, non poter essere per qualcuno quello che era stato mio padre per me.
Nella notte del 15 ottobre del 2005 i pupazzi Uan, Ambrogio e Five furono trafugati dalla Scuola di Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano alla quale erano stati affidati nel 2001. Grosso guaio, fattura originale, pochissime copie in giro.

Samuele a dicembre sarà padre e io ancora non riesco ad immaginarmelo con un pupo in braccio.
Davanti a un barattolo di caponata di melanzane mi parla del suo lavoro, degli infissi e delle ristrutturazioni da fare e dei suoi tornei di ping-pong. Poi mi chiede dei miei esami universitari e di quando mi deciderò a prendermi una macchina.
«Ehi Samu, te lo ricordi di quando mi hai fatto credere di essere tu Uan?!»

 

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