Quelle storie lì

“…chiedetelo a Mario, a Riky, a Paolo, a Sara. O a Francesco! Loro sanno chi sono io. Voi non li conoscete forse, siete giovani, ma loro mi hanno visto in tutte le salse.
Scommetto che ci sono ancora un mucchio di storie che vanno raccontando in giro, nelle serate tra amici, o magari al lavoro nelle pause caffè, o in pizzeria. Storie dove ci sono anch’io.
Sono sicuro che se le ricordano ancora tutte. Perché noi a quei tempi avevamo capito che cos’era la felicità, ragazzi. Chiedetelo anche a Giulia, a Carlo, a Beppe… o a Diego, naturalmente.
Diego e io eravamo inseparabili. Abbiamo scroccato sigarette a destra e a manca e anche qualche pasto, e chiesto soldi alla stazione. Ci infilavamo sui treni e via, senza troppe domande.
Pensate che da bambini avevamo fatto pure i chierichetti nella parrocchia del paese e discusso a lungo su chi ce l’aveva più grosso e pisciato nell’acquasantiera.
Allora…Diego, Paolo, Beppe, Sara, Mario, Giulia, Riky, Carlo e Francesco. Tutti amici miei.
Quando tirerò le cuoia vedrete che si faranno rivedere in paese, almeno chi l’avrà scampata più a lungo di me. Verranno apposta per il mio funerale. Già mi sembra di sentirli: Filippo di qua, Filippo di là, te lo ricordi quando Filippo ha detto o fatto questo o quello…
Dovreste andarle a sentire quelle storie, se sarete ancora nei paraggi. Qualcuno dovrebbe trascinarci pure mio figlio a sentire quelle storie lì, a calci in culo se necessario. Chissà che lavaggio del cervello deve avergli fatto Anna. Me lo starà facendo diventare un ragioniere o peggio, un assicuratore. Se lo tiene come un peluche da spupazzare. Povero ragazzo, non ha nessuno che gli insegni a vivere.
Dovrebbe proprio ascoltarle quelle storie lì.
Noi ce le infilavamo le mani nella merda della vita, e ci abbiamo giocato, e sapete che vi dico? aveva un buon sapore.
Le abbiamo prese e le abbiamo date nelle risse, dopo aver scaldato i pugni al punchingball del Luna Park, e rotto bottiglie.
Poi c’è stata la volta che io, Beppe e Carlo siamo stati fermati dagli sbirri sulla provinciale, e messi in equilibrio su un piede solo a toccarci la punta del naso con le dita, e fatto dire l’alfabeto sotto il cielo stellato. Ricordo che ci portarono dentro e ci dissero che dovevamo dormire.
Io lì gli avevo detto una cosa allo sbirro…, come cazzo era?, ne parlammo per giorni, avevo tirato in ballo sua madre o sua sorella forse…Carlo se lo ricorderebbe ancora cosa gli avevo detto allo sbirro.”

Finalmente il ragazzo col berretto di tela era riuscito a dare scacco matto all’amico con la camicia a quadri scozzesi. Studentelli universitari. Gli piaceva passare le serate in questi locali acidi, con una birra davanti, per parlare un po’ di figa, di macchine o di Schopenhauer. Far finta di dar retta a un vecchio ubriacone faceva parte del gioco.

Filippo si tracannò un altro po’ di rum, secco in gola, e cominciò a sudare freddo. Cercò di addolcirsi la bocca con una manciata di peperoncini piccanti. Chiese le chiavi del cesso alla cassa, sapeva cosa doveva fare. Accendendo la luce del bagno si azionò simultaneamente anche una specie di radiolina con un’inspiegabile musica hawaiana. Aloha! Filippo decorò quel cesso alla turca con una gettata variopinta, tocchi di salsiccia e spaghetti mal masticati. Liberandosi da tutto quel male, con la mano che scivolava fredda sulla parete, pianse.
Si ricordò di quando una sera Giulia accostò l’auto per farlo sboccare, ficcandogli due dita in gola e tenendogli su la fronte per non fargli sporcare i capelli, e la sua vita era piena di gente che lo amava alla follia.

 

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