Il sapore del ferro

Quando finalmente si decise a rientrare nel suo appartamento, lo fece e basta.
La casa era al buio. Accese appena appena la lampada alogena, muovendo la levetta con il piede.
Lei era ancora lì, sul divano, profumata e dimessa come il suo Venezuela. Piccolo chicco di caffè dalle labbra smisurate.
Gli si strinse il cuore a vederla così beata, nonostante tutto.
Luca si mise a sedere sul tavolinetto di fronte, come a voler vegliare su di lei.
Lasciala dormire, si disse. Almeno questo glielo devi.
Si accese una sigaretta.
Ma aveva una gran fretta di parlare. Aveva bisogno di sentirla ancora sua.
La sua voce uscì, per un attimo, nonostante le sue intenzioni.
Fu un soffio: «Ehi piccola».
Poi quasi come in un pianto soffocato.
«Isabela…»

****

Isabela Tortolero. E pensare che quando Luca la conobbe odorava vagamente di aglio e frittura.
Avranno avuto su per giù quattordici anni tutt’e due, quindici al massimo. Andavano al Liceo insomma, e Isabela, a dispetto delle sopracciglia nerissime, continuava a ossigenarsi i capelli.
Dicevano che se la faceva con altri sudamericani del cazzo, Isabela. Ma questo a Luca non importava. Lui prendeva semplicemente il suo abbonamento scolastico per i mezzi, e se ne andava in giro, alla ricerca del suo cognome. Tortolero.
Lo faceva guardando sui citofoni, quartiere dopo quartiere, con discrezione. Le mani in tasca. E lo faceva fino a sera, quando rimanevano solo fiochi lampioni a illuminare certe vie.
Raramente riusciva ad arrivare in orario per la cena, il più delle volte trovava qualcosa da scaldare nel microonde.
Non è che allora passasse molto tempo a casa, né per i compiti né per altro. Non aveva nemmeno tanta voglia di starsene con il padre in officina. Lui tornava da scuola, mangiava un boccone davanti alla televisione, e poi saliva su qualche autobus, alla ricerca di quel cognome. Non demordeva nemmeno sotto la pioggia.
Intendiamoci, lui non l’avrebbe mai suonato quel campanello.
È che Luca Salti aveva un piano, ecco.
Doveva semplicemente capire dove abitava, per poi gironzolare attorno alla zona. Tutto doveva sembrare casuale.
A scuola non le avrebbe mai detto nulla, figuriamoci, con tutte quelle teste di cazzo attorno. E poi era lei che se ne stava sempre per i fatti suoi.
Mentre a incontrarla in giro sarebbe stata tutta un’altra storia, potevi starne certo. Ormai se le era ripassate un milione di volte le cose che doveva dirle. Ne aveva una per ogni situazione. E si immaginava pure le sue, di battute, come in un copione teatrale.
Comunque gli piaceva andarsene in giro per la sua città. C’era qualcosa di magico in quel cielo d’inverno che diventava scuro sempre troppo presto; e che spegnendosi accendeva finestre, una dopo l’altra.
E poi c’era quell’odore. Non te ne accorgevi sempre, ma c’era. Era un odore che ti rimaneva dentro quello. Quando Luca ci ripensa lo sente ancora quell’odore di periferia.
A un certo punto si stava per arrendere Luca. Ormai non ci sperava più. Oltre alle zone ancora da visitare cominciavano a venirgli seri dubbi. Che ne sapeva lui? Poteva anche esserselo perso in giro, il suo cognome. Magari era uno di quelli che sembravano essere stati mangiati via dal calore di un accendino, o da un cortocircuito. Ne aveva visti parecchi così, e in diverse zone. Poteva anche non averlo il citofono. Lui che ne sapeva?
Aveva provato una volta a sbirciare sul registro di classe per cercare il suo indirizzo. Non c’era. Due righe vuote.
Fu lei a trovarlo. Lui se ne stava tranquillamente seduto davanti a un campetto di basket.
«Salti, sei tu!? Ma che ci fai qui?»
A Luca gli si gelò il sangue. Riconobbe al volo la sua voce.
«Io? Niente. Sono qui. Sai, avevo voglia di fare un bel giro e mi sono ritrovato qui» le disse preso dal panico.
Poi cercò di calmarsi.
Almeno una, si diceva, cerca di ricordartene almeno una di quelle frasi che ti sei preparato.
«Tu invece?» disse infine, dopo una certa esitazione.
«Sono venuta a prendere mio fratellino» disse indicando il campo.
«Qual è?»
«Lì, guarda. È quello con la tuta verde.»
«Ah ecco.»
Assurdo. Più pensava a cosa dire e più se ne stava zitto. Riusciva solo a voltarsi di tanto in tanto, per vedere se lo stesse guardando o meno. Niente da fare, lo sguardo fisso sul fratello.
Alla fine fu lei a parlare.
«Sei riuscito a prepararti in Storia?»
«Macchè, non ci penso nemmeno» disse con un fare da duro, infilando le dita della mano destra tra le maglie di ferro della recinzione del campetto.
«Ma sei pazzo! Manchi praticamente solo tu ad essere interrogato. Quella ti becca di sicuro.»
Luca non sapeva cosa dire. Più cercava di apparire disinvolto, più si accorgeva di essere impacciato; e lei, lei non faceva altro che sorridergli, con quelle sue enormi labbra indigene.
Non sapeva più dove guardare.
Nel frattempo arrivò pure il fratellino di Isabela, José. Gli si infilò sotto un braccio. Dopo un certo silenzio alla fine Isabela gli disse:
«Se vuoi possiamo studiare un po’ a casa mia, se ti va».
Fu così che Luca, Isabela e il piccolo José salirono su uno di quelli gialli. C’era da prendere il 3 fino al monumento dei caduti per poi cambiare con il 7 fino a fine corsa, alla stazione degli autobus. La soluzione di un mistero. Il suo abbonamento teoricamente manco ci poteva arrivare fino a lì.
In quella zona in primavera ci montavano il tendone del Circo.
«E così è qui che abiti?» le disse.
«Già» rispose lei.
Una bella rampa di scale all’interno di un condominio popolare prima di arrivare davanti a quella porta di legno mangiucchiato. Fu quella la prima volta che Luca entrò in casa Tortolero. Mise le pattine prima di varcare la soglia. La casa era piuttosto unta, e sul divano, subito dietro alla porta d’ingresso, c’era una vecchietta abbandonata. Difficile dire se viva o morta, certo era che ti ci potevi prendere un bello spavento a ritrovartela davanti senza nessun preavviso. Del resto erano diverse le cose inquietanti in quella abitazione, non ultimo quell’enorme crocefisso che faceva bella mostra di sé nel tinello.
«E quelli cosa sono?» chiese a un tratto Luca indicando una parete.
«Quelle? Quelle sono maschere, rappresentano Satana.»
«Ottimo» disse Luca con fare scherzoso.
«Che scemo che sei! Le ha fatte mio padre, sono per la cerimonia de Los Diablos Danzantes. Sono di buon auspicio sai? A San Francisco de Yare, il nostro paese, abbastanza vicino a Caracas, i ballerini le indossano nel giorno del Corpus Domini per poi sfilare per le strade. Mio padre mi ci portava sempre a vederli. Ero molto piccola però.»
Luca rimase imbambolato davanti a tutta quella tradizione.
«Dai su che dobbiamo studiare!» disse lei ridestandolo.
Luca si lasciò piegare docilmente sui libri di testo, senza fiatare, fino a quando la signora Tortolero gli chiese se volesse per caso rimanere a cena da loro, e se voleva chiamare a casa per avvisare. Luca fece segno di sì. C’era del manzo a cena, servito con del riso e della roba fritta sopra. Doveva essere un piatto tipico.
Quel loro primo incontro, quello che aveva tanto cercato, non poteva essere più perfetto. C’era qualcosa di magnetico fra loro. Anche per salutarsi ci misero diverso tempo, seduti sui gradini davanti alla soglia di casa, con quella luce che si accendeva e spegneva a tempo, ogni minuto e mezzo all’incirca, con Luca ad allungare il braccio per riaccenderla ogni volta.
Isabela, in quella luce che andava e veniva, spiegò a Luca che un giorno suo padre li aveva abbandonati per stare con un’altra donna.
Da allora Luca passò sempre più spesso in casa Tortolero, anche di sera, dopo cena. Ai suoi diceva semplicemente che andava a farsi due passi. Spesso si appartavano su quelle stesse scale, magari un paio di piani più in basso, e se ne stavano al buio. A luce accesa avevano così tempo e modo di ricomporsi, smettendo di baciarsi o spegnendo le sigarette sotto le suole delle scarpe.
Quasi sempre era la Señora Sanchez, quella del quarto piano, a interromperli.

****

Certo che ne avevano fatta di strada da allora quei due. Le cose avevano cominciato a marciare bene. Luca aveva persino trovato lavoro in un prestigioso studio legale in centro.
Non se la passavano per niente male.
Un appartamento tutto loro. Sul citofono giù in strada avevano perfino scritto con una penna blu i loro cognomi, uno sopra l’altro: Salti-Tortolero. Il sogno di sempre.
Quando Luca se la vide proprio sul divano, la sua Tortolero, gli si strinse il cuore.
«Isabela…» disse.
Quasi in un pianto soffocato.
Non si svegliò, per fortuna. Si mosse appena.
Come aveva potuto farle questo?
E pensare che proprio ieri sera erano stati così bene.
Erano passati a trovarli anche Sara e Francesco. E non è mica roba da tutti avere degli amici che ti vengono a trovare con la neve e sotto le feste.
«Oh Fra’. Ma siete sicuri di passare domani?» aveva chiesto Luca al telefono.
«Certo. Sempre se mi parte quel ferrovecchio di macchina.»
«Dai, facciamo una cosa: se hai bisogno chiamami che vi passo a prendere con la mia. Ok?»
«Ok.»
Così si erano detti.
Quando Isabela e Luca videro apparire in bianco e nero i loro bei faccioni sul videocitofono, furono presi da una sincera euforia.
Li accolsero con calore. Sul tavolo avevano già preparato: un’insalatiera di popcorn, delle lattine fresche di birra e coca cola, del salame da affettare, formaggi, cracker & grissini per le salse.
C’era anche della cioccolata, quella del commercio Equo e Solidale.
Al centro della stanza un pouf e altri cuscini a terra con delle coperte; e un bel Narghilé decorato, proprio quello che Sara e Francesco gli avevano portato dal Marocco.
«Che dici, lo inauguriamo?» fece Luca con un mezzo sorrisetto.
Francesco ne esaminò per un attimo la composizione.
«Eh, è una parola. Tu sai come funziona?» disse.
«Una volta me lo ero fatto spiegare. Credo che qui ci vada l’acqua, o del latte se preferisci. Da qui ci fumi. Questo invece dovrebbe essere il braciere. Mi ricordo che mi avevano consigliato di metterci della stagnola attorno…»
Qualche ora dopo Francesco aveva già smesso di strimpellare la chitarra, perdendo anche tre plettri di fila. Non che qualcuno lo stesse a sentire.
È che tutto si era fatto speziato e sognante in quella casa.
Appeso alla parete destra, uno dei Los Diablos di casa Tortolero se ne stava silenziosamente in penombra. Dispettoso.
E poi c’era la televisione al plasma accesa su un dvd che aveva portato Sara dal Blockbuster: era un film di Cronenberg, uno di quelli strani. Aveva vinto il ballottaggio contro un altro di Tarantino.
La notte si rivelò estremamente comunicativa per i quattro amici. Si riuscì a parlare di tutto. Non che ci si capisse veramente. Ci si intuiva diciamo. Era una questione di affinità.
Poi a un certo punto Sara chiese a Isa com’era andata ieri, e lei sembrò non capire.
Così Sara glielo chiese ancora una volta com’era andata ieri dal dottore.
Allora Isabela disse Bene bene proprio mentre Luca stava dicendo, di che cazzo di dottore state parlando.
Quando Isabela e Luca si misero a gridare in cucina, Francesco e Sara dissero che si era fatto tardi e che dovevano proprio tornare a casa.
Tanto lo sapevano che poi si sarebbe sistemato tutto, perché quei due erano un po’ come quei loro pesciolini che tenevano nell’acquario incastonato dentro la parete: ogni tanto si mozzicavano la coda, ma in fondo per loro era solo un gioco.
Li conoscevano bene oramai. Non è che litigavano, è che ogni tanto si parlavano così.

****

Si appartenevano quei due, ecco tutto.
Isabela e Luca lo capirono quella volta che si ritrovarono da soli in casa Tortolero. Soli se si eccettuava la nonna, quella figura silenziosa e immobile che stava sotto le coperte vicino alla finestra. Bastò uno sguardo.
La signora Tortolero era scesa con il piccolo José a fare la spesa, e Luca e Isabela si stavano preparando per il compito in classe di Matematica del giorno dopo. Sul tavolo del tinello, tra di loro, c’erano solo dei quaderni a quadretti. Un forte odore di frittura pervadeva tutta la stanza.
Isabela quel giorno aveva un vestitino corto e Luca cominciò ad accarezzarla, guardandola negli occhi, e infilando la mano sotto il vestito. Mentre lei gli respirava nell’orecchio, sempre più forte, Luca sentì bagnarsi i polpastrelli. Indagava indisponente Luca, ritmico e ottuso, sempre più a fondo, con la stessa curiosità di una scimmia. Ebbe come la sensazione di rompere certi meccanismi quando Isabela urlò.
La mano insanguinata. I due la guardarono sgomenti.
In quel silenzio fatto di sguardi, maschere da diavolo e crocifissi, la vecchia sul divano sembrò quasi respirare.
La mano insanguinata. I segni di un destino.
Tremava Isabela. Luca la baciò ardentemente, rigandole di rosso il viso con le dita.
Il giorno dopo Isabela saltò il compito in classe. E non si fece vedere nemmeno nei giorni seguenti.
C’era qualcosa che non andava.
Luca, dopo qualche giorno, decise di rompere gli indugi, voleva vederci chiaro in quella situazione. Venne fuori che la signora Tortolero se la teneva segregata in casa.
Luca cercò di parlarle, con calma. In fondo era la stessa signora che gli aveva fatto assaggiare hallacas e tequenos. Si presentò armato delle migliori intenzioni.
«Voglio solo parlare» diceva.
La signora Tortolero gli chiuse la porta in faccia. Poi Luca ci sentì piangere Isabela là dietro, e allora divenne una furia.
Il dito incollato al campanello, all’infinito. Poi cominciò a bussare, sempre più forte, con i calci e con i pugni. Sembrava impazzito.
«Brutta figlia di troia, mi apra. Mi apraaaaaa. Io la tiro giù questa porta di minchia. Ha capito?»
La mummia sul divano sgranò di colpo gli occhi opachi.
Poi arrivarono i rinforzi: un certo gruppo di parenti, tra cugini e zii, e altri sudamericani del vicinato. Una ventina più o meno. Se lo portarono via a furia di sberle, spintoni e canzonature; sembrava ci volessero giocare.
Ma Luca non si arrese. Si ripresentò puntuale ogni giorno, per gridarle il suo amore. Non si spaventò nemmeno quella volta che nel cortile gli tirarono fuori i coltelli.
Dopo tutto l’aveva cercata a lungo casa Tortolero.
Così un giorno Isabela trovò il coraggio. Prese con sé poche cose e se ne scappò. Salì sul 7 fino al monumento dei caduti per poi prendere il tram. Non ci volle molto a trovare casa Salti, si presentò alla madre come un’amica di Luca.
Ci furono molte cose da spiegare a cena.
La signora Salti prese subito a cuore la situazione di quella povera ragazza. Quella povera ragazza. Non faceva altro che ripeterlo.
Il giorno dopo si recò personalmente in casa Tortolero, aveva dei pasticcini con sé. Ma niente sarebbe stato in grado di adolcire quella donna.
«Se la tenga pure quell’ingrata» le disse.
Il piccolo José le sputò pure in faccia.
La signora Salti appena vide Isabela la abbracciò forte e le disse che poteva stare con loro anche per sempre se lo voleva. La sistemò nella stanza del figlio. Col tempo ci si abituò a dormire col rumore dei treni merci in transito. Luca invece prese il divano-letto nel salotto. Prima di dormire si guardava sempre un po’ di tv.
Furono anni felici quelli in casa Salti. Isabela, nonostante le insistenze dei Salti, decise di non tornare a scuola. Non ci furono santi. Si trovò un lavoretto in giro e cominciò ad aiutare in casa. Luca invece proseguì gli studi, giurisprudenza. Quando si laureò festeggiarono con un viaggio in inter-rail. Francia, Belgio e Olanda.

****

Come aveva potuto farle questo?
Luca, guardandola in viso, non poté fare a meno di pensare a quella volta che la intravvide in via Berti, il suo quartiere.
Quando tornò a casa le disse:
«Sentì un po’. Come sta allora tua madre?»
«E che ne so io. Non ci tengo proprio a vederla» rispose lei.
«A sì. Allora eri lì per Pablo, eh? Sei andata a farti scopare da quel messicano del cazzo» le urlò, scaraventandola contro l’armadio, «che cazzo ci facevi là?»
«Ero lì per José, amore, solo per lui, giuro» disse lei in lacrime.
«E che cazzo ti costava dirmelo, eh? Lo sai che non mi piacciono le cose di nascosto. Che cazzo! Ti ho mai nascosto niente io?»
Isabela fece segno di no con la testa.
Quella fu la prima volta che le mise le mani addosso.
Roba da niente, considerando che una volta era finita pure all’ospedale cadendo dalle scale. Ma quello fu solo un incidente. Anzi, forse non era mai successo, ormai se ne stavano convincendo entrambi.

Una bella serata.
Una volta salutati sulla porta Sara e Francesco, non le aveva lasciato nemmeno il tempo di parlare.
Quando la colpì sentì distintamente l’impatto delle nocche sul suo volto.
Il suono di un pugno.
Il suono di qualcosa di sbagliato ma così maledettamente sincero.
Poi cambiò aria Luca, andò a calpestare un po’ di neve, per le vie del centro, a sentire l’eco di televisioni dai vari appartamenti. Lo fece fino a farsi congelare i piedi. Poi andò in stazione a prendersi una bella cioccolata calda, sfogliando un giornale dell’altro giorno. Passò lì la notte.
La mattina seguente camminò senza posa attorno al suo quartiere. Non sapeva bene cosa fare, se rientrare o meno. Prese all’incirca sei-sette caffè. Esitò molto davanti alla porta.
Poi, quando si decise a rientrare nel suo appartamento, lo fece e basta.
Lei era ancora lì sul divano, come l’aveva lasciata. Aveva un occhio gonfio poverina, e doveva aver perso diverso sangue dal naso. Ce ne era dappertutto. Il suo piccolo chicco di caffè dalle labbra smisurate. Le si era seccato un po’ di sangue lì. Sulle labbra. Sulle sue bellissime labbra.
Come aveva potuto farle questo?
Avrebbe voluto chiamarla subito, per parlarle e sentirla ancora sua, ma alla fine la lasciò dormire ancora un po’.
Fumò una sigaretta dietro l’altra facendo la guardia al suo sonno.
Isabela poi aprì gli occhi e lui le si avvicinò, accarezzandole i capelli. Poi le disse dolcemente:
«Ehi, pequeña».
Fu un soffio.
Lei protese le braccia verso di lui, come fanno i bambini quando chiedono di essere tirati su.
Lui l’abbracciò. «Perdonami» le disse.
«Amore mio, » gli disse lei ancora assonnata, «avevo tanta paura che non tornavi più».
Poi Isabela e Luca si lasciarono avvolgere da un bacio.
Le sue labbra erano calde di sonno, e accoglienti. Luca ne sentì il sapore amaro.
Il sangue, pensò Luca. Il sangue ha lo stesso sapore del ferro.
Poi scoppiò a piangere. Lei cercò invano di consolarlo.
«Ma no amore, non è colpa tua, sono io che ho sbagliato a fare le cose di nascosto. Me lo hai sempre detto tu che non ti piacevano le cose di nascosto» disse lei. «Però te lo giuro, amore mio, era solo una visita di controllo, solo quello. Mi sono solo dimenticata di dirtelo, te lo giuro.»
«Cristo Isabela, non puoi continuare a giustificarmi ogni volta. Questa è già la terza. Lo vuoi capire che sono una merda. Ti sto trattando come facevo col cane. Ti ricordi quante pedate gli tiravo? E per quale motivo?
«Isabela, non puoi accettare di essere la valvola di sfogo delle mie frustrazioni represse, dei miei conflitti irrisolti, lo capisci?»
A Isabela piaceva quando Luca si metteva a parlare così.
«Cristo santo» continuò Luca. «Lo sai che prima tornando verso casa ho visto una volante della polizia proprio qua sotto. Per un attimo l’ho sperato sai, che fossi stata tu a chiamarli. Perché non l’hai fatto? Io ti avrei capita sai, lo giuro. Io non ti merito.»
Luca scoppiò nuovamente a piangere. «Perché non l’hai fatto?»
Isabela gli si avvicino stringendolo forte a sé. Poi gli disse:
«Perché io lo so che quello non sei tu».
Luca, al suono di quelle parole, si sentì come letto dentro, e capì. Non c’era niente da fare, lui e Isabela si appartenevano. Le dedicò un abbraccio pieno di gratitudine.
Poi lei con le mani cercò di sbottonargli i pantaloni. Fu lui a fermarla.
Del resto per loro il sesso era sempre stato qualcosa di strano, di aperto, dove c’era sempre un vincitore e uno sconfitto. Non era proprio il caso di iniziare una nuova battaglia.
«Sono stanco» le disse.
Si sdraiò sul divano, accendendo la tv. Cercò invano di cancellare delle goccioline di sangue con la saliva prima di addormentarsi.

****

Quando Luca si svegliò Isabela era in cucina con l’asciugamano in testa. Si era fatta una bella doccia ed era profumata più che mai.
Intanto profumi e sapori andavano a infrangersi contro la finestra appannata.
La sua specialità: el pabellón criollo, quello di casa Tortolero.
Luca si alzò col segno della cucitura del divano marchiata sul viso. Si misero a tavola discutendo di varie amenità legate al natale.
Poi Isabela corse a prepararsi. I due avevano deciso di uscire. Anche Luca si fece una doccia.
Era buffa Isabela con quel berretto di lana. Luca glielo sistemò accuratamente, spostandole il ciuffo. Difficile, davvero difficile toglierle gli occhi di dosso. Quando sorrideva Isabela aveva le fossette.
Passarono prima in piazza Goldoni, per prelevare al Bancomat, ma lì lo sportello era fuori uso, così si allungarono fino in piazza duomo, passando tra le luminarie e i negozi affollati. I soliti ritardatari. La neve della sera prima ormai non c’era più. Solo sporchi mucchietti accumulati ai margini.
Si mangiarono un trancio di pizza in giro, poi, invece di tornare a casa, decisero di andare al cinema. Presero l’autobus, il 6. Uno di quelli gialli.
Videro un film di natale, uno di animazione. E un po’ Isabela se l’immaginò il loro bambino tra di loro, a mangiare popcorn e caramelle gommose. Isabela si accarezzò delicatamente il ventre, trattenne quel segreto dentro di sé.
Uscirono dal cinema con gli occhi ancora gonfi di emozione. Luca si rimise i suo guanti, Isabela il suo buffo berretto di lana. Respirarono a pieni polmoni prima di accendersi una sigaretta. C’era qualcosa di piacevole nell’aria quella sera. Nonostante il freddo. Qualcosa che conoscevano bene.
Si misero ad osservare le luci fioche proveniente da quei palazzoni. Quadrati gialli e neri, le finestre.
Alla fermata del bus, nei pressi di un parcheggio, Isabela e Luca videro un gruppo di ragazzetti. Avranno avuto quattordici anni su per giù. Si portavano a spasso un carrello della spesa preso da qualche supermercato lì attorno. Ci avevano messo un’amichetta dentro, e si divertivano a spingerla di qua e di là mentre quella strillava come una forsennata.
Seduti su quella pensilina, Luca allungò le mani sotto il piumino di Isabela, palpandole il seno. Lei gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Fu un soffio.

 

****

 

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2 Risposte a “Il sapore del ferro”

  1. Davvero ben scritto. Complimenti. Mi piace che i personaggi non vengano mai giudicati dal narratore, ma che la storia scorra via asciutta.

  2. Grazie Iuri. Devo dire che questo commento mi ha fatto particolarmente piacere perché era esattamente quello che mi ero ripromesso di fare: tenere fuori dalla storia il mio giudizio, senza condannare o giustificare nessuno.
    Del resto di donne che per amore accettano l’inaccettabile ce ne sono, così come uomini con un lato oscuro, che non sanno controllare il loro “amore”.
    È un racconto di dieci anni fa e le cronache nel frattempo non sono migliorate, anzi.
    Io però mi auguro che per Isabela e Luca le cose nel frattempo siano andate meglio.

    Grazie Iuri, per il tempo che mi hai dedicato leggendomi.

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