Cosa diavolo speri di trovare dentro un libro?

Sono quattordici mesi che non leggo nulla, l’ultima cosa l’ho lasciata persino a metà. Era una storia d’amore ambientata a Cuba, mi pare. Non ricordo nemmeno il titolo; quattordici mesi sono un sacco di tempo.

Eppure mi piaceva ficcare la testa dentro quei cosi. Andare in libreria o in biblioteca e sceglierne qualcuno da portare via con me, nei miei spostamenti in autobus, o sul lavoro, durante la pausa pranzo, o in camera da letto, subito dopo cena. Leggevo ovunque mi capitasse. A mio padre in fondo non dispiaceva che passassi così il mio tempo libero, a volte abbassava persino il volume della tv, per non disturbare. Non ha mai aperto un libro in vita sua, non per più di qualche secondo almeno. Eppure credo che gli piacesse vedermi rientrare a casa con dei libri, nuovi o usati che fossero. Di tanto in tanto lo sorprendevo leggerne i titoli, controllarne lo spessore e l’immagine di copertina. Chissà, forse in cuor suo sperava ancora che i libri potessero portarmi a qualcosa di buono nella vita, anche se avevo lasciato l’università da tempo ormai ed ero finito a lavorare in un supermercato.

Quando mamma si è ammalata tutto il mondo ci è crollato addosso. Né io, né mio fratello, né mio padre siamo riusciti più a guardarci dritto negli occhi. Ci sentivamo tutti troppo in colpa. Lei stava male e nessuno di noi era riuscito a capirlo. Ci era sembrata solo triste, stanca. Silenziosa. Eppure, a ripensarci adesso, era così evidente che qualcosa dentro di lei si fosse rotto.
Quando io e mio fratello eravamo piccoli, mamma ci parlava sempre. Ci raccontava storie, aneddoti, cose divertenti. Aveva sempre qualcosa da insegnarci, eravamo i suoi ometti. Non strillava mai per educarci. Per farci capire che stavamo sbagliando semplicemente non parlava più e teneva il broncio per un po’. Parlava con tutti, tranne che con te, che dovevi capire da solo dove avevi sbagliato.

Questa, per me e mio fratello, è sempre stata la più terribile delle punizioni. Molto peggio delle strigliate o dei ceffoni di mio padre, dei suoi divieti di uscire o di guardare la televisione. Perché il dolore di una sberla passa in fretta e una volta scontata la pena puoi considerarti libero e pulito. Pienamente integrato nella vita familiare. Quando mamma invece stava zitta era un supplizio infinito. Potevi fingere per un po’ che non te ne fregasse niente. Dirti che in fondo il suo silenzio era sempre meglio di uno schiaffo o di un castigo qualsiasi, ma era terribile vederla rivolgere parole e sorrisi a tutti, meno che a te. Così ti ritrovavi a pensare al modo giusto per riconquistare il suo amore e a sforzarti di capire quando e perché l’avevi delusa. Era un osso duro, mia madre. Sarebbe stata in grado di tenerti il broncio per sempre se in qualche modo non trovavi la maniera di rimediare al tuo sbaglio. Del resto, faceva così anche con papà quando ce l’aveva con lui.

All’improvviso mamma si era messa a stare zitta, ma nessuno di noi aveva capito che fosse malata. Pensavamo solo che fosse triste e arrabbiata, con tutti noi. Forse avrebbe avuto anche le sue buone ragioni per esserlo, presi come eravamo ognuno dalla propria vita. Invece questa volta noi non c’entravamo nulla. Mamma stava zitta solo per non farci preoccupare, mentre si portava tutti quei dolori addosso, senza dire niente a nessuno, fino a quando non ce l’ha fatta più a ignorare i segnali che il suo corpo le stava inviando. Il dimagrimento, i rigonfiamenti, il sangue nelle feci. Fino a quando non è venuto fuori tutto quanto e i dottori ci hanno dato ben poche speranze per lei. Solo allora mia madre si è arresa e si è concessa di essere fragile, debole. Un piccolo essere scheletrico di cui prendersi cura.

Mio padre, man mano che le forze le mancavano, si è ritrovato a prenderla in braccio, per portarla a letto, e poi in bagno, per aiutarla a defecare. Non dimenticherò mai lo sguardo di mio padre in quei giorni. Mi guardava come guardava ognuno di quei medici da cui eravamo stati. Mi guardava come a dire, possibile che con tutti i libri che hai letto non sei riuscito a evitare tutto questo?
Chissà, forse papà non ha mai pensato una cosa del genere, ma era esattamente così che io mi sentivo quando mi guardava con quei suoi occhi rossi, mentre mia madre era di là, adagiata sopra un letto, a respirare male. Una mamma da far girare su un fianco e spalmare di crema, per evitare le piaghe. Una mamma senza più parole, né sorrisi, per nessuno.

Ora sono quattordici mesi che mia madre non c’è più. Quattordici mesi che non leggo un libro, tranne quella cosa iniziata e lasciata a metà. E anche al lavoro di libri non ne porto più. Durante la pausa pranzo faccio due chiacchiere con un mio collega, Salvatore. Parliamo un po’ di tutto ma soprattutto della sua passione per le piante grasse. Ne ha circa trenta esemplari in casa, tutti diversi. Ognuna bisognosa di cure differenti. Non mi dispiace starlo ad ascoltare, mentre mi mangio il mio panino al prosciutto. Ogni tanto, quando i nostri orari di lavoro ce lo consentono, andiamo a farci un giro al parco e a scolarci qualche birra insieme, mentre la gente fa jogging e i bambini scivolano giù dagli scivoli. Ce ne stiamo lì a guardare le mamme coi passeggini, le coppie che si baciano sui muretti. Qualcuno, sdraiato sull’erba, legge addirittura un libro.

Per un attimo, mentre Salvatore mi parla della fioritura di una delle sue piccole amiche, mi metto a guardare una ragazza che legge. La guardo come si guarda un animale strano, eppure non ero poi così diverso io, un paio d’anni fa. La osservo sorridere, a un certo punto della lettura, per poi affrettarsi nel tirare fuori dalla borsa una matita, per sottolineare una frase.

Mi fa pensare a mia madre e al suo scatolone di vecchi libri che abbiamo ritrovato in soffitta. I suoi libri da ragazza. Romanzi, per lo più. Sfogliandoli avevo notato delle sottolineature, in alcuni di questi. Erano tutte frasi d’amore, messaggi di speranza e di ottimismo. Era questo, avevo pensato, quello che mia madre aveva cercato nei libri.

Pensare a mamma mi fa male, ancora adesso, così, preso da un misto di rabbia e curiosità mi avvicino alla ragazza e le dico: «Cosa diavolo speri di trovare dentro un libro?»

La ragazza mi guarda per qualche secondo. Sembra leggermi dentro, con quei suoi occhialoni spessi. Non scappa, non si preoccupa del mio tono di voce sgraziato, del mio alito di birra. Guardandomi dritto negli occhi sembra vederci qualcosa di buono in me e così mi risponde. Mi racconta di quanto i libri sappiano portarla lontano e dentro di sé. Di quanto la aiutino a sentirsi viva e vitale. Io la ascolto e all’improvviso mi ricordo che anch’io mi sentivo esattamente così una volta, quando mi mettevo a leggere. Così le racconto dei quattordici mesi passati senza leggere un libro, di mia madre e di tutto il resto. Lei ha un sorriso dolce e bellissimo. Bello quasi quanto il suo. Vederla sorridere mi rompe qualcosa dentro che mi fa piangere e mi fa venir voglia di tornare in biblioteca o in libreria, e mettermi anch’io a cercare frasi da sottolineare. Perché forse in questa strana giostra della vita l’unica cosa che possiamo fare è cercare significati, anche provvisori. Storie in cui immedesimarci, più vita da vivere. Prospettive, direzioni. Una frase pronta a colpirti, all’improvviso.

 

 

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